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Anno 2001


Mese di aprile - pagina di sinistra La motivazione


Testo pagina di sinistra

Finalmente il De Mauro (uscito nel 1999) al n. 10b della voce, suggerisce: "ciò che è degno di apprezzamento secondo il giudizio personale o collettivo: valori morali, umani, religiosi, rovesciamento dei valori" (Lo stesso De Mauro, alla voce ideale, n.3, reca: 'Il complesso dei valori e delle idee che ispirano un individuo o animano un movimento culturale, politico, sociale, ecc. " - è facile notare la contiguità se non la quasi identità delle due definizioni citate per ultime). Sul termine valori altre notizie sono offerte dal dizionario Treccani, che, dopo aver ricordato la novecentesca filosofia dei valori (intesa a reagire alla negazione materialistica), considera come valore "ogni condizione o stato che l'individuo o più spesso una collettività reputa desiderabile, attribuendogli in genere significato e importanza particolari o assumendolo a criterio di valutazione di azioni e comportamenti". Ma non si tratta di ciò che romanticamente veniva chiamato ideale? Se una troppo netta identificazione tra il concetto di ideale e quello di valore non persuadesse interamente, o almeno sembrasse una comoda scappatoia per eludere terribili domande, si può azzardare un ragionamento in positivo, tenendo presente che ogni affermazione che farò dovrà essere accolta con un margine di dubbio, dal momento che andrò a toccare (con un filo di incoscienza, temo) problemi sui quali si sono affannati secoli e millenni di filosofia. Che cosa ancora si può dire dei valori, dopo averne denunciato la stretta parentela con gli ideali? Non prefiguriamocí quali reazioni il quesito susciterebbe nella maggior parte della gente: l'umanità vive quest'epoca seguendo mode e osservando riti, con una sorta di automatismo della mente e della coscienza, nel bene e nel male, occupata spesso più ad apparire che ad essere. La componente psicologica sembra prevalere su quella spirituale. Si impara a organizzare, a dirigere, a comandare, a vendere, a trattare con le persone ... non s’impara forse sufficientemente a confrontarsi con se stessi, a guardarsi e a guardare negli occhi, alla ricerca non dell'espressione e/o della parola giusta, ma alla scoperta di una reciproca sintonia interiore che scaturisca dallo stesso modo di "sentire", da un senso di lealtà che affonda le radici negli albori della storia. Ci si riconosce per l'appartenenza a un gruppo etnico, sociale, a un clan e così via, ma questa appartenenza, a ben vedere, se non correttamente recepita, è fonte di contrasto, non di unione. Ci si fuorvia nel credere universale quello che, al contrario, è particolare, perché distingue e cementa questa o quella collettività specifica. In sostanza: è forte e ovvio il sentimento di identificazione tra eguali, non è altrettanto forte e meno che mai ovvio quello fra diversi. Si stenta a riconoscersi nella comune specie, perché educazione, tradizione e abitudini prevalgono sul sentimento di fratellanza che dovrebbe vincolare tutta l'umanità. Ma perché questa fratellanza? Solo perché le forme fisiche individuali sono le stesse? Perché la struttura genetica è la stessa? Perché le funzioni vitali e sociali coincidono più o meno ad ogni latitudine? Perché tutti discendiamo da comuni progenitori? Sì, certo, per questi e per molti altri motivi, ugualmente importanti sebbene non esaurienti in assoluto. Forse un motivo preminente non c'è: se c'è, ne parlerò al termine della chiacchierata. E qual è il fine ultimo dell'uomo? Tremenda, antichissima domanda! Una domanda angosciosa che vorrebbe una qualsiasi risposta, sia pur parziale, incompleta, unilaterale... Al di fuori delle convinzioni metafisíche proprie delle religioni più díffuse, all'uomo spetterebbe la ricerca di un rapporto con l'universo. In altre parole: la conoscenza.