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Calendario storico

Anno 1985



Pagina di sinistra Pattuglia di carabinieri a piedi in un parco pubblico


L'antitaliano

Devo aver pensato ai carabinieri, quando ho scelto come titolo della mia rubrica sull'Espresso, l'antitaliano. Antitaliano intendiamoci non come nemico di una patria a cui l'Arma si proclama "nei secoli fedele", ma diverso dal costume italiano medio, dai vizi italiani più diffusi, Gli italiani sono mammisti, ma carabinieri in giro con le mamme se ne vedono pochissimi. Un carabiniere che suona il mandolino a Posillipo lo avete mai visto? Io mai. Gli italiani sono rumorosi, i carabinieri taciturni, i primi seri sempre pronti a mercanteggiare, i secondi anche se devono darti una multa per sosta vietata hanno il volto della inflessibilità; gli italiani sono tutti intelligenti, "cca nisciuno è fesso", i carabinieri sopportano da sempre, senza batter ciglio, sotto sotto, credo, inorgogliti, le barzellette che li descrivono tardi, lenti, testoni. Come se non fosse questa modesta serietà e lentezza il fondamento delle nazioni civili, come se non fosse il contrario di una società civile l'andirivieni caotico, il reciproco imbroglio, l'esser tutti furbi che caratterizza ancora il bel paese. Entri in una caserma dei carabinieri e capisci immediatamente che qui ci vivono italiani di un tipo diverso: sobri, poveri ma sempre in ordine; immersi nella vita sociale, nel caos italiano ma sempre, a loro modo, staccati. Con un carabiniere in divisa non familiarizzi, un carabiniere non lo chiami "ehi capo", a un ufficiale dei carabinieri non dai del dottore, con i carabinieri sai che le ipocrisie e gli andanti popolari non attaccano. lo ho capito la diversità del carabiniere, il suo sentirsi parte di un ordine quasi religioso, durante la guerra partigiana. Eravamo in valle Varaita ed era arrivato nella nostra banda un appuntato dei carabinieri mi pare di Sorrento: in borghese sembrava quasi un napoletano anche se c'era in lui, sempre, qualcosa di riservato, di contegnoso, Lo chiamavamo Tano, faceva il cuoco ma era anche fra i migliori a combattere e poco per volta divenne come la mia ombra, il mio aiutante di campo; l'uomo, lo sentivo, che avrebbe dato la pelle per me. Eppure una sera dell'agosto '44 veniva da me che passeggiavo poco fuori l'accampamento, si metteva sull'attenti e diceva: "comandante, domani parto". "Parti? Per dove" "Abbiamo ricevuto l'ordine, dobbiamo formare dei distaccamenti di carabinieri, abbiamo appuntamento domani sopra Casteldelfino". Io non gli chiesi e lui non mi disse chi gli aveva portato l'ordine, che cosa avrebbero fatto, da chi sarebbero dipesi. Salutò come se avesse in testa il cappello da carabiniere e parti. Diversi, ma nella continuità. Come piemontese a cui era stato inculcato il senso dello stato capivo perfettamente che la continuità dello stato doveva essere più forte della guerra civile e della grande aria di novità e di mutamento che c'era fra noi partigiani; capivo che la guerra stava per finire e che stavano per tornare i tempi normali, dunque di un paese inconcepibile senza i carabinieri. Poi a cementare questo rispetto, questa fiducia nella diversità sono arrivati i giorni di Dalla Chiesa: lui sulla trincea del grande poliziotto, del grande repressore; io su quella del garantismo che riconosceva le necessità del rigore ma che non voleva veder guastato lo stato di diritto. lo lo criticavo e lui non reagiva all'italiana, con proteste al direttore. Lui taceva. Ma quando fu solo a Palermo e dovette confidarsi con un giornalista mi mandò a chiamare e mi diceva: "Ho voluto che venisse lei, abbiamo la stessa età e credo, in molte cose, le stesse idee. Non ci piace uno stato di delinquenti, non è vero?" No, non ci piace. Ed è per questo che rispettiamo l'Arma a cui non piace l'Italia pasticciona.

GIORGIO BOCCA