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Dai colori di Beltrame ai colori della TV

di Sergio Zavoli
I carabinieri Sinopoli e Bergonzi, con eroico slancio, estraggono dalle fiamme due persone.


Mio padre mi metteva davanti un grande foglio bianco e una copia del Corriere della Sera. Avevo quattro o cinque anni, non lo ricordo con sicurezza. Rammento perfettamente, invece, quanto piacere mi dava il trascrivere sul paginone, lettera per lettera, e imitando alla bell'e meglio i caratteri tipografici, il nome della testata, poi gli occhielli, i titoli e i sommari. Fu così che il genitore, una notte, svegliò mia madre e le consegnò la profezia: "Nostro figlio finirà sui giornali!".
Seppi del vaticinio qualche tempo dopo, un po' di traverso, grazie a un racconto della mamma a mezza bocca, tra complice e reticente. Capii che prima o poi sarei entrato in una di quelle notizie di cronaca che solo a leggerne il titolo vengono i brividi. Mi vidi, insomma, col destino di finire fra due carabinieri, i ferri ai polsi, martoriato dai rimorsi. Ne nacque, dentro di me, un paradossale senso di colpa che agiva addirittura come se la premonizione avesse già avuto la sua conferma. E tuttavia quel senso quasi di allarme fu in qualche modo benefico: posso sbagliarmi, ma credo che abbia contribuito a tenermi al largo da molte tagliole incontrate lungo la strada, orientandomi per il meglio.


Ciononostante, o proprio per questo, è come se fossi vissuto per quasi mezzo secolo con l'Arma accanto, o davanti, o alle spalle. Fattomi adulto, quando già mio padre ci aveva lasciato, un giorno capitò di riandare con la mamma alla lontana profezia. Come le confidai che cosa mi era costato, ma anche quanto mi aveva protetto la minacciosa frase paterna, mia madre scoppiò a ridere.


E fu allora che l'equivoco venne chiarito. Quello di papà non era affatto un avvertimento sinistro, era semmai un peccato d'orgoglio: "finire sui giornali", nel suo immaginare, significava esser messo al centro di qualcosa che suscita l'attenzione, se non anche il consenso, e persino il plauso, della gente. Parrà strano, eppure da quel momento ho visto i carabinieri con un sentimento di sollievo che ancora mi accompagna. Forse qualche sbirciata magari più solidale e indulgente alla loro vita risale proprio al giorno del chiarimento.

 

Il brigadiere Coppola, l'appuntato Favilli ed il carabiniere Valente, son costretti  far uso delle armi per difendere la loro vita e mantener forza alla legge - Potenza - 14 marzo 1883

In casa, ogni settimana, arrivava La Domenica del Corriere. Una specie di sovracoperta azzurrina avvolgeva il più popolare degli ebdomadari di allora: il quale aveva il suo punto di forza nelle tavole a colori disegnate da Achille Beltrame, che aprivano la rivista. Il pezzo di bravura di quella sorta di reportage fotografico ante litteram erano proprio i carabinieri. Le memorabili illustrazioni s'immergevano nell'epos popolare come di più e meglio non si sarebbe potuto, e quando toccava alla Benemerita esprimevano l'esempio massimo di ciò che significano solidarietà e coraggio, sacrificio e giustizia.


Non c'era atto di abnegazione, fino all'offerta della vita, che non avesse a protagonista un carabiniere: sia che brandisse la sciabola in nome della Legge o puntasse la pistola contro il bandito snidato da una forra, sia che strappasse un disperato dalle ruote di una locomotiva o afferrasse per le redini, piegandolo sulle ginocchia, un cavallo imbizzarritosi davanti a una scuola. Beltrame li ritraeva spesso in alta uniforme, anche quando riemergevano da una valanga di neve o attraversavano barriere di fuoco o si gettavano in un canale. Con il pennacchio sul cappello a lucerna, il sottogola, la bandoliera, la giberna, le cordelline, il mantello, al centro della pagina svettava una sorta di arcangelo sempre pronto a gettare la vita per gli altri. Dal maresciallo al brigadiere, dall'appuntato al semplice carabiniere, erano creature talmente votate al bene da perdere l'identità controversa che invece tocca a ciascuno di noi, semplici uomini e cittadini ordinari.

Fu così che divenne normale chiedere al carabiniere d'essere sempre umile, sempre dedito, sempre eroico. E soprattutto sempre fedele. Nei secoli. E' vero che poi, per una specie di rivalsa, come pentiti di avere troppo sacrificato al loro mito, li abbiamo sommersi con le barzellette; ma quando un episodio di cronaca ce li mostra come violatori, e non più custodi, della legge, quando scopriamo che anche fra loro si annidano le nostre debolezze, ecco il Paese fremere di sconcerto e di sdegno. A inquietarlo, secondo me, non è lo strappo a una perfezione che del resto non può essere di nessuno, bensì il timore di perdere quel sentimento di sicurezza, magari un po' infantile, che la loro diversità continua, inconsciamente, a comunicarci.


Certo, abbiamo aperto gli occhi su tante cose, e a tante altre siamo preparati. Tutto corre così velocemente che basta dire domani e siamo già nel futuro. La Domenica del Corriere, di conseguenza, è sempre più lontana. Il colpo di grazia gliel'ha dato il televisore: la realtà, infatti, è ormai soltanto quella che vediamo attraverso il tubo catodico. Nell'infinito "blob" del vivere quotidiano sono sempre più visibili i nostri sgarri, i nostri vizi, i nostri errori; e ad essi, sulle tavole a colori non più di Beltrame, ma del telegiornale, non dirado si accompagnala presenza ammonitrice di un carabiniere. Il quale, nel frattempo, è a sua volta cambiato. La ricerca di una più moderna identità sociale, culturale e civile riguardava anche lui, al pari di noi tutti. Il suo antico ruolo, riconoscibile nella presenza rassicurante della caserma, nella funzione di garante, insieme neutra e paterna, esercitata dal maresciallo, ma anche nella fissità un po' astratta e retorica dell'immagine istituzionale, si è come scomposto e ricostituito secondo nuove scale di valori, di bisogni, di domande.


Resta, intatta, la sua forza di radicamento nella società: diffusa, varia, ben caratterizzata, efficace. Al carabiniere il cittadino non chiede più la rassicurazione soltanto individuale, ma la salvaguardia collettiva, cioè il presidio di valori e interessi comunitari e sociali. Gli italiani gli riconoscono oggi una lucida tensione ideale, una rinnovata vocazione tecnica, una duttilità operativa sempre più specialistica e persino, in qualche caso, sofisticata. E sempre più tesa alla prevenzione, la quale dà più frutto del pur necessario reprimere.
Alla mitica immagine del carabiniere, cioè al suo modo di manifestare la dedizione e di sopportarne i costi, ne corrisponde un'altra più consapevole anche dei diritti: a cominciare da quello di rappresentare, fuori da ogni oleografia, una moderna professionalità al servizio del Paese.
La conferma delle stellette, segno della disciplina e dell'onore militari, rilancia una tradizione che è parte essenziale della sua stessa storia, ribadisce le responsabilità ulteriori dell'Arma, testimonia un oneroso privilegio: quello di stare, e soprattutto di sentirsi, al centro del sistema delle garanzie democratiche interpretando un corpo di norme al tempo stesso etiche, ideali e civili.

 

Il carabiniere Boninsegni Annunziato, dimentico della propia vita e sfidando supremo rischio, affronta e ferma un cavallo imbizzarrito

Ora mi guardo intorno: Achille Beltrame non c'è più, né c'è più La Domenica del Corriere, non trascrivo più su un grande foglio bianco i misteriosi segni di una pagina di giornale, i carabinieri non sono più tenuti a morire affogati, di ustioni o sotto le valanghe dolomitiche, o le ruote di un treno o gli zoccoli di un cavallo.
Oggi si chiede loro di più e di meno, cioè di essere cittadini cui spettano compiti certamente più complessi di un tempo, in un ruolo reso più consapevole da diverse condizioni culturali, con una dedizione fatta più matura da una mentalità ammodernata. Senza più l'obbligo, per così dire, di immolarsi. In una comunità democratica, e per giunta in tempi di pace, non è dovuto esprimere eroismi, ma garantire servizi.
E' in errore chi ha dell'uomo, e quindi del cittadino, e finanche del carabiniere, un'idea sacrificale; bisogna, questo sì, non essere meno di un uomo, di un cittadino e di un... carabiniere. Far bene la propria parte, specie se si ha indosso quella divisa, viene prima dei decaloghi, supera gli stessi regolamenti, vale più degli eventuali consensi. Se ciò non è vero, è ancor meno vero che si è carabinieri allo stesso modo in cui si può essere qualunque altra cosa. Il che, francamente, mi sembra difficile, anche se gli anni hanno fatto giustizia di molte cose per tanto tempo declamate.

Vengo da un padre che era un uomo d'ordine, come si diceva allora, e anche prima, quando bastava che un cittadino brontolasse, mica di più, per doverlo tenere d'occhio. Non a caso i carabinieri si chiamavano semplicemente, e un po' brutalmente, "la forza"; e se nell'animo popolare hanno salvato una salda reputazione civile lo si deve in gran parte a loro, che non hanno forzato il tono, né i modi. Del resto, è allo Stato che si deve chiedere di avere un buon carattere. Nella storia della repressione del "disordine" esso ha infatti le sue pagine, a dir poco, sgrammaticate; ma il legame con la società e la nazione il carabiniere l'ha salvaguardato, soprattutto nei momenti difficili, perché la sua storia personale di cittadino si confondeva con quella di tutti, specie nella sua patte socialmente più debole.
E ciò spiega perché Salvo D'Acquisto sta alla coscienza del Paese come - cito storie e persone molto diverse - Balilla e Mameli, Don Minzoni e Gobetti, Amendola e i Cervi, Dalla Chiesa e Ruffilli, Casalegno e Tobagi. C'è un filo che nell'ordito complesso di una società lega tra loro i cittadini da qualunque parte essi vengano e stiano. Nessuno può sentirsi escluso da questo tessuto, né indifferente al telaio da cui nasce.

S.Z.