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Nella campagna di Novara

Scena raffigurante carabinieri che intervengono in una abitazione

Nelle tranquille contrade del vecchio Piemonte è avvenuto testé un fatto che ci riconduce ai tempi lontanissimi in cui i malviventi terrorizzavano la popolazione.

Nelle vicinanze di Monticello, in provincia di Novara vi ha un cascinale sperduto denominato la Canta che è posto nel bel mezzo della semideserta campagna. Esso è affittato dai fratelli Tiraboschi, noti impresari di costruzioni, residenti a Novara.

Alle autorità di pubblica sicurezza era noto che da qualche tempo accadevano delle rapine commesse da malviventi i quali scorrazzavano per le campagne, intimidendo i contadini. Si aveva anzi notizia di combriccole vere e proprie, composte di brutti ceffi pregiudicati, le quali avevano ormai degnamente ereditato la triste fama della Banda del Biondin, accingendosi ad imitarne la gesta ed a continuare le tradizioni.

La mattina del 27 scorso, quattro carabinieri, avuta notizia che una squadra di pregiudicati batteva la plaga di San Pietro Mosetto, ne seguirono le piste, finché potettero scoprire che i briganti avevano scelto a loro quartier generale precisamente la cascina Canta. Non perdettero tempo, e si avvicinarono a quella volta. Seppero tosto che sette pregiudicati si aggiravano colà, e postisi in agguato, a tempo opportuno sbucarono proprio a ridosso del cascinale.

I malviventi, vistisi addosso i carabinieri, si precipitarono tutti in una stanza a pianterreno, il cui uscio era aperto. Entrativi, chiusero la porta e la barricarono. I carabinieri intimarono ai briganti di aprire l'uscio, e poiché quelli rifiutarono, si disposero con le spalle e col calcio dei fucili ad abbatterlo.

Quand'ero dalla finestra vicina un braccio si sporge, brandendo una rivoltella, e alcuni colpi echeggiano. Uno dei carabinieri, certo Morandi, rimane ferito alla scapola, ma non gravemente. Le palle fischiano e sfiorano i militi, che presto, vistisi in posizione disperata e in completa balìa dei malfattori, si dividono due innanzi all'uscio e due alla finestra. Uno di essi si spinge tra le inferriate della finestra, vi inoltra il braccio e l'arma, e spara alcuni colpi verso l'interno.

La camera è pressoché oscura è impossibile discernere quanto vi si svolge: certo una scena di terrore. I colpi si incrociarono, grida, bestemmie e lamenti disperati.
Indi, a poco a poco, pare che un pò di calma ritorni. L'uscio viene finalmente aperto dai carabinieri, e lo spettacolo che si para alla loro vista è dei più orrendi. Tre corpi, uno sull'altro, giacciono in un angolo della camera, e non danno più alcun segno di vita, crivellati di colpi al capo e al petto. Un quarto caduto rantola, ma ancora si muove. Il suo stato è però tale che poche ore gli rimangono di vita. In un angolo della stanza gli altri tre malviventi, in piedi, illesi, sono ancora in posizione di difesa dai colpi della finestra. Immediatamente essi vengono arrestati, ammanettati, spogliati.

Sono in possesso di rivoltelle di corta misura, di coltelli e di grande quantità di munizioni.
Immediatamente un milite galoppa a Novara, ad avvertire i superiori di quanto è avvenuto.

Poco dopo il maggiore, il capitano, il tenente dei carabinieri, il procuratore del Re e il giudice istruttore si portavano sul luogo per le debite constatazioni. Il carabiniere ferito viene sottoposto alla prima medicatura e quindi trasportato all'ospedale militare, ove fu visitato dal capitano dottor Grotti, e trovato in buone condizioni e fuori pericolo.

Gli arrestati sono tutti pregiudicati, e hanno conti vecchi da saldare con la giustizia.
E' lodato giustamente il coraggio dei militi che affrontarono il pericolo non lieve per il compimento del loro dovere. Si spera che con quest'altra dolorosa tragedia la triste epopea brigantesca nelle campagne novaresi sia prossima alla sua ultima pagina.
Il nostro disegno ricostruisce il momento in cui i carabinieri penetrarono nella stanza trasformata in fortezza di resistenza.

(Da "La Tribuna Illustrata" del 10 dicembre 1905)