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Un episodio del brigantaggio pseudo politico del 1862

 

Lo scontro tra 5 carabinieri di Acerenza e la banda di Ninco-Nanco forte di 25 briganti

Dopo la vittoria del Volturno, che assicurava alla corona di Re Vittorio Emanuele il possesso di un'altra contrada splendidissima d'Italia, i Borboni, non potendo continuare la guerra, slanciarono nelle province meridionali numerosissime bande di briganti, composte in massima parte di assassini, di ex-galeotti e di contadini fanatici e feroci. Le lotte che ì nostri soldati dovettero sostenere per sterminare quelle bande furono lunghe e faticose.
I carabinieri, come sempre, diedero anche allora grandi prove di eroismo collettivo e personale, aggiungendo alla storia dell'Arma benemerita, una pagina splendida di coraggio, di fermezza e di disciplina. E' da quella pagina che stacchiamo l'episodio seguente.

Il vicebrigadiere Forloni Michele, e i carabinieri Rizzi Giovanni, Favatta Antonio, Lucarini Domenico e Bernardi Domenico, tutti della stazione di Acerenza (Basilicata), ritornavano il 7 febbraio 1862 da Genzano ove eransi recati a scorta di un loro commilitone uscito dall'ospedale di Potenza, quando, verso le 2 pomeridiane, giunti alla discesa di Ralle, caddero in una imboscata di 25 briganti a cavallo comandati da Ninco-Nanco.

Quantunque uno contro cinque, i valorosi non si perdettero d'animo, e sebbene circondati da ogni parte disperassero salvarsi da lotta tanto ineguale, niun di loro prestò orecchio alle intimazioni di resa, preferendo morire piuttostoché cedere le armi agli assalitori.

Ai primi colpi caddero estinti il vicebrigadiere ed il carabiniere Favatta; non perciò lasciarono di men strenuamente combattere i tre superstiti, animati anzi dal desio di vendicare i caduti. Ma che ponno tre uomini a piedi e per quanto valorosissimi, contro 25 a cavallo vantaggiosamente postati ed avidissimi di sangue?
Terza vittima cadde il carabiniere Rizzi, ma in quella Lucarini avendo colpito un brigante nelle spalle, e così scavalcatolo, ed i compagni adoperandosi per rialzarlo e legarlo in sella, ebbero i due restanti carabinieri un istante di tregua, del quale si valsero per allontanarsi e guadagnare miglior posizione.

In questo correre il carabiniere Bernardi, cadendo in un borro, ebbe per colmo di sventura infranta e però inservibile la carabina.
Trinceratisi addietro un cespuglio di canne entro una vigna, di colà continuavano a sparare sulla masnada, il Lucarini colla carabina ed il Bernardi coi revolver ed erano presso ad esaurire le loro munizioni, e già i briganti s'accalcavano attorno quei due eroi per farla finita d'un colpo, quando per la via di Genzano comparve una frotta di armati parte a piedi e parte a cavallo.

Era un pattuglia mista di carabinieri e di guardia nazionale che all'udire lo schioppettiò colà frettolosamente si dirigeva. Bastò quella vista perché i briganti in pria baldanzosissimi, si dessero a precipitosa fuga, quivi lasciando perfino due cavalli.
Divenuto inutile ogni inseguimento, si raccolsero le spoglie dei tre valorosi a cui furono rese, il mattino seguente, le più solenni esequie militari.

Non abbiamo parole come tributare sufficienti lodi a quei cinque intrepidissimi soldati, che l'esercito è fiero d'iscrivere nel già ben ricco libro dei suoi eroi, né sapremmo come meglio chiudere questi cenni, se non riportando l'ultima parte dell'ordine dei giorno che il maggior generale Balegno dava in questa circostanza alle truppe da lui dipendenti a lode imperitura dei tre carabinieri rimasti vittima del loro indomito coraggio e dell'onore dell'Arma cui appartenevano:
« Soldati! - concludeva il generale predetto - un'aureola di gloria circonda la tomba dei tre bravi carabinieri, perché seppero morire pel loro dovere e pel loro onore; io ve li addito ad esempio perché apprendiate che coi briganti il soldato d'onore si batte sempre, non si rende mai e che una morte gloriosa è meglio d'una vita comprata col disonore ».

(Da "Il Valore Illustrato")