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I carabinieri e il "re della macchia"

Domenico Tiburzi, il 're della macchia'Domenico Tiburzi è dunque morto: l'ultimo riconosciuto re della macchia ha avuto la sua tragica fine. Di lui, si era creato un mito. Il silenzio intorno al suo nome era accarezzato dalle autorità, dagli agenti della pubblica forza, e io so che si faceva uno studio per dare ad intendere al pubblico che un Tiburzi vi fu, ma che ormai era passato nella storia... E quando il bravo capitano Michele Giacheri fu mandato pochi mesi sono a Grosseto, vi fu chi gli disse sorridendo: Ella viene a catturare... una leggenda!...

Il Tiburzi era forse conscio di ciò. Pochi istanti prima di morire, ai carabinieri che lo circondavano rivelò se stesso. "Si, egli disse, io sono Tiburzi... e l'Albertini e il Menichetti (altri fuorusciti) debbono trovarsi nei pressi della Pescia Romana e spirò.

Prima d'ora l'opera dei diversi capi preposti alla pubblica sicurezza nella Maremma non era stata sempre intelligente. Non bastava mandar molta forza sul posto e ordinare dei travestimenti. Bisognava prepararsi a uno studio degli uomini e dei luoghi a cui nessuno volle o seppe accingersi. Il capitano Giacheri giunto a Grosseto il 9 aprile scorso ha passato venti
giorni e molte notti a leggere prima tutta la corrispondenza relativa al brigantaggio maremmano. Poi è entrato in campagna per esplorare il terreno e sapere che cosa ne pensassero coloro che erano stati taglieggiati o avevan subito vendette, fingendosi egli un ingegnere venuto di Francia a fare studi topografici...

Il lavoro da farsi era questo: insinuarsi nell'animo dei manutengoli sfruttati dai briganti, compiangerli ed eccitarli alla rivolta.

Il governo che li fece processare nel 1893 fece più male che bene, e l'arma benemerita aveva perduto del suo prestigio morale perché ebbe a tradire dei confidenti rivelandoli ai giudici.

Il ten. Silvio Rizzoli

Il processo ebbe forse base giuridica; ma non vi fu base morale né tattica.
Bisognava distinguere i manutengoli sfruttati dai manutengoli sfruttatori. Questi ultimi si doveva colpire. Sono i messaggeri fra il brigante e il proprietario e fanno due parti in commedia: piangono e si disperano coi padroni, strisciano umilmente ai piedi dei malandrini che spolpano con finissima arte, perocché i briganti pagano da signori!
Gli sfruttati invece sono nelle condizioni dei padroni. Non trovando difesa sufficiente nel governo, subiscono il brigante: impauriti forse più che da lui dalle narrazioni esagerate e bugiarde degli sfruttatoti. Distrugger questi è distruggere il brigantaggio.

Seguendo questa tattica nuova, che ha invero base scientifica e positiva, il capitano Giacheri e il suo valoroso tenente Rizzoli seppero fino dal luglio che il Tiburzi e il Fioravanti, suo segretario e maestro di casa.... trovavansi nelle macchie di Orbetello presso la Marsiliana, tenuta del principe Corsini; e nell'agosto seppero che essi stavano ai Laghi, regione presso le terme etrusche dell'antica Roselle, ove erano a fare - briganti davvero fin de siècle! - i bagni caldi, efficaci pei reumi e le artriti. E finalmente nel 7 ottobre seppero di un convegno che dovevano avere il Tiburzi, il Fioravanti, l'Albertini, il Menichetti e il Ranucci alla Roccaccia di Montauto o alla Selva dei Lamone verso la fine del mese per organizzare un'estorsione.

Insieme al sottotenente Tirindelli, travestiti da caprai, si fecero tosto ad esplorare la selva del Lamone per riconoscere i luoghi e predisporre il servizio... Ma gli eventi precipitarono!

Il cap. cav. Michele Giacheri

Essendo avvenuta un'estorsione ai danni di certo Guido Gattelli a Magliano si dubitò che il convegno sarebbe si forse tenuto altrove, tanto più che l'Albertini, il Menichetti e il Ranucci erano stati veduti nelle macchie presso Capalbio. Il manutengolismo aveva funzionato bene, ma i briganti avevano cambiato il luogo del loro convegno!
Il brigadiere Giudici Demetrio e i carabinieri Collecchia Raffaele e Pasquinucci Eugenio, dopo avere, nel 23 ottobre, perlustrate, senza risultato, le macchie tra Marsiliana e Capalbio, giunsero, in su la sera, sotto una pioggia incessante, a quest'ultimo paese per prendere accordi con quel brigadiere Carlo Colombo. Verso le nove, una persona confidò, al carabiniere Ciro Cavallini, come nella giornata egli avesse ravvisati il Tiburzi e il Fioravanti nelle macchie vicine, e indicò 13 o 14 capanne ove di sicuro i briganti avrebbero passata la notte. L'acqua continuava a cadere senza tregua; la notte era buia e spaventosa. Si visitarono parecchie capanne; si svegliarono dal loro sonno profondo molte famiglie di coloni... ma ormai non sì aveva quasi più speranza di successo prima che spuntasse il giorno, Quand'ecco, alle 3.30, scorgono, presso di loro, il cancello di una casa colonica detta « Le Forane », tenuta in affitto da Nazzareno Franci. Si decidono ad aprirlo. Ma il cancello stride acutamente sui cardini e sveglia i cani di guardia che prendono ad abbaiare senza tregua. Escono allora sulla porta della casa il Tiburzi e il Fioravanti, non riconosciuti dai carabinieri, e al chi va là dato dal carabiniere Collecchia, essi rispondono con due fucilate che fallirono, sebbene sul mirino del proprio fucile il Tiburzi avesse avuta la previdenza di mettere un pezzo di carta bianca per meglio dirigere l'arma nella notte buia!...

Risposero alle fucilate i carabinieri, e il Tiburzi cadde subito colpito alla nuca e alla gamba sinistra, mentre il Fioravanti si dava alla fuga entro la vicina macchia.
Sul luogo lasciarono due bisacce di pelle con vari oggetti di toeletta, cartucce, un monocolo, due fiasche per bere, due impermeabili, e sul corpo dei Tiburzi furono trovati una cartuccera a doppia fila, un pugnale, una rivoltella a sei colpi, un orologio d'argento, un portafogli con 35 lire e un fucile a due canne a percussione centrale.
Il capitano Gíacherí, cui si deve il merito della cattura, è un giovane e valoroso ufficiale che conosce a fondo ì misteri e le arti dei brigantaggio. Egli è nato a Murazzano (Mondovi) ed è discendente dei conti De Albertis de Wilneuve, che diedero alle lettere uomini valenti come l'autore del noto vocabolario italiano-francese, e alle armi l'ammiraglio Carlo Andrea De Albertis comandante generale dell'armata Sarda.
Egli prese parte alle ultime repressioni del brigantaggio nella Calabria Citeriore; a Milano distrusse, nel 1884, la famosa Compagna della teppa; in quel di Gaeta, nel 1890, arrestò, con pericolo della vita, il brigante Simeone Francesco dopo otto anni di inutili inseguimenti, e a Formia, nel 1892, ebbe a compiere diversi atti di vero eroismo, ovunque dando prova di molta intelligenza, di energia, di valore.

Lo hanno coadiuvato nell'ardua impresa di questi giorni il tenente Silvio Rizzoli di Camposampiero (Padova), ufficiale di grande abilità e di provato coraggio, e il brigadiere Demetrio Giudici dell'isola del Giglio.

E così è finito il re della macchia!... Dopo la sua morte, come lui vivo, si sono raccontati diversi aneddoti, frutti di fervide fantasie.


AUGUSTO SETTI
(Da "L'Illustrazione Italiana" del 15 novembre 1896)